Visioni critiche

Questa sezione riporta le principali recensioni sui lavori scenici partendo dalla più recente


SUITE MICHELANGELO

L'arte, il potere, la morte: corpo a corpo Michelangelo-Sostakovic con Città di Ebla

Corriere di Bologna, Massimo Marino, settembre 2013 - vedi articolo

OperaClick, Domenico Ciccone, settembre 2013 - vedi articolo

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THE DEAD - London International Mime Festival

Plays to See, gennaio 2014 - vedi articolo

Civilian Theatre, gennaio 2014 - vedi articolo

Exeunt Magazine, gennaio 2014 - vedi articolo

Seen and Heard International, gennaio 2014 - vedi articolo


THE DEAD - RomaEuropa Festival

Pensieri di cartapesta, Elia Canetti, novembre 2012 - vedi articolo

Teatro e critica, Simone Nebbia, novembre 2012 - vedi articolo

Krapp's Last Post, Salvatore Insana, novembre 2012 - vedi articolo

Sguardi critici, Rossella Porcheddu, dicembre 2012 - vedi articolo

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THE DEAD [Primo shoot]

Prosegue il lavoro di Città di Ebla sul racconto di James Joyce The Dead e l’indagine sulla fotografia a teatro: una ricerca complessa, che apre una molteplicità di letture disseminate in questo secondo studio presentato a B.Motion Teatro 2011. Un frammento che dimostra la necessità della compagnia di riprendere quel sezionamento delle potenzialità visive insite in pillole letterarie perfettamente compiute nella loro forma: la scrittura. I linguaggi continuano ad incrociarsi sulla scena e non solo, dando luogo ad uno spazio in perenne movimento in cui far confluire il bisogno di rompere stilemi e moduli che inaridiscono la comprensione del reale. The Dead si configura come intervallo di sperimentazione profonda e coerente, ma soprattutto aperta ad accogliere, inglobare e sintetizzare codici, magari sedimentati, ma che trovano qui un interstizio per spingere il proprio confine “un po’ più in là”.
Giulia Tirelli, Il Tamburo di Kattrin, settembre 2011

Il teatro sotto la neve, Silvia Mei, settembre 2011 - vedi articolo

The Dead riletto in chiave quasi cinematografica, Tommaso Chimenti, settembre 2011 - vedi articolo

Teatro e critica, Simone Nebbia, settembre 2011 - vedi articolo

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LA METAMORFOSI

"Temo che gli animali vedano nell'uomo un animale infelice" scrive Nietzsche in "La gaia scienza". Per analogia, la pena e la noia di vivere della creatura Gregorio Samsa di Kafka è oggi struggente stando al prototipo di Città di Ebla, un individuo odierno in fuga tipo "Dillinger è morto" di Ferreri. Tallonato dai messaggi dei familiari, nella Metamorfosi ideata da Claudio Angelini (vista nella rassegna Teatri di Vetro a Roma) il perfetto e prensile Alessandro Bedosti si rifugia in un bagno stile design che diventa tana d'una creatura zoomorfica. Con lenti moti del corpo il giovanotto adotta flessioni d'insetto e tattilità da ragno, e s'affrancherà calzando l'armatura d'una blatta, via dal mondo, dai normodotati. Un ritmo calmo e sicuro.
Rodolfo Di Giammarco, La Repubblica, maggio 2010

La Metamorfosi – Seconda Mutazione è un lavoro essenziale, esteticamente ineccepibile e sonoricamente coinvolgente, che non si limita a tradurre in immagini l'omonimo racconto di Franz Kafka al quale si ispira, ma, al contrario, lo vive nella sua forza più vitale in scena, aprendo a nuovi, possibili significati. Ideato e diretto da Claudio Angelini – curatore, anche, di un'illuminazione di grande effetto e accuratamente studiata – lo spettacolo diviene pulsante grazie all'incredibile performer Alessandro Bedosti: un corpo puro, totalmente presente e protagonista, vibrante, potente, in grado di comunicare, con una coreografia corporea poetica e credibile, la metamorfosi subita da Samsa.
Silvia Gatto, Tamburo di Kattrin, maggio 2010

L'ultimo spettacolo di una ricca e intensa giornata è il primo studio di Città di Ebla di Forlì ispirato liberamente al racconto di Kafka “La Metamorfosi”. Alla scorsa edizione di Teatri di Vetro Città di Ebla era presente con un intenso lavoro “Pharmakos movimento II Atto Barbaro” che si distingueva per la sua alta qualità performativa. Città di Ebla si distingue per la precisa fisionomia della ricerca e dell'allestimento scenico dei propri lavori dove il teatro si fonde con l'installazione d'arte in un connubio felice e riuscitissimo. Il risultato scenico è una installazione complessa nella quale campeggia una stanza da bagno ricostruita sulla scena […]. La prova di Alessandro Bedosti è fisicamente intensissima, lo vediamo immergersi nella vasca, uscire madido, accucciarsi sul lavabo e pendere sotto di esso, trascinarsi nella doccia, avvolgersi nella tenda di plastica come in un bozzolo, arrampicarsi come un ragno sulla parete di fondo, guadagnare un'uscita celata alla nostra vista che lo fa emergere dalla sommità della struttura dalla quale discende dimostrando notevolissime doti fisiche. Una complessa partitura sonora, non solo musicale ma fatta anche di rumori e di silenzi, usando anche accelerazioni e dilatazioni della registrazione ottenendo un suono diluito o compresso costituiscono l'indispensabile controparte di un doppio percorso quello del personaggio in scena e quello dell'esperienza dello spettatore. Una installazione di rara eleganza, un primo studio denso di suggestioni e di possibilità interpretative. Uno dei gioielli di questa quarta edizione di Teatri di Vetro, so far, ospitato nella nuova sede di Angelo Mai.
Alessandro Paesano, Teatro.org, maggio 2010

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PHARMAKOS MOVIMENTO V - ANATOMIA DEL SACRO

Al principio venne il corpo, complesso plastico da sezionare, esplorare, incidere sul tavolo autoptico, fino al discernimento totale dell’esperienza umana. Poi, dall’esame euristico, che conduce al tentativo di una varietà d’ipotesi empiriche evidenziate sulla superficie di una lavagna, definendo la mappa interpretativa dell’esperienza, ecco la destrutturazione progressiva fino alla cancellazione totale del superfluo, il raggiungimento del vuoto quale preludio del vero obiettivo: l’apertura del punto focale in cui l’infinito si lega alla sacralità di una trasmutazione realizzata attraverso il ritmo e il movimento del corpo stesso, in un’irreversibile separazione semantica. Città di Ebla conduce l’esperimento alchemico con tre figure che comunicano con il corpo, il segno e il suono, nel corso di quaranta minuti in cui l’impatto emotivo con il presente incrocia, oltre lo specchio dell’umanità, il mito fuori d’ogni rappresentazione. Estremo, unico, definitivo.
Claudio Elli, Puntoelineamagazine, febbraio 2010

Un nudo armonioso, dolcissimo, che compie una sorta di percorso vitale partendo da una posizione che ricorda un obitorio, o un letto di ospedale. Cullato dalla musica inizia a tracciare traiettorie che descrivono la sua anatomia, disegnano linee sinuose. Riesce a stupirci questo fisico lineare da ballerina, per l’audacia dei movimenti, ma soprattutto per la carica erotica che sprigiona. Le altre due figure (suono e segno) sembrano solo di contorno: un uomo dietro a un velo alla consolle gestisce luci e suoni. Una donna cancella frasi da una lavagna e ne riscrive altre. Si fatica a creare un collegamento con il corpo nudo, ma ciò che si nota è l’interessante presenza in scena di due elementi scenotecnici e meccanici: un letto d’ospedale che diventa fontana (con tanto di zampilli d’acqua) e una lavagna che si trasforma in totem grazie a un movimento spettacolare evidenziato dal perfetto gioco di luci. In questo contesto, sacro diventa il finale: la donna esce dall’acqua e dalla fontana, diventa simbolo della vita e, attraverso un movimento estatico, arriva a questo totem postmoderno, che è la vera figura sacrale, nell’idillio musicale e nell’apoteosi di luci. Il pubblico assiste in piedi a questa cerimonia, al percorso del corpo umano tra acqua e ritualità. Teatro anatomico, teatro-rito ma soprattutto teatro contemporaneo, simbolico ed efficace.
Simone Piacini, KLPteatro, aprile 2009

Cinque le dita. L’arto è composto da cinque dita. L’arte – la parte femminile dell’arto – che si apre come una carezza, tocca l’anima. Cinque è anche la tappa conclusiva del viaggio che il regista forlivese Claudio Angelini ha compiuto – e ancora compie: il teatro non muore mai ma rivive sempre negli occhi dello spettatore – nel progetto Pharmakos. Così il Movimento V immerge immediatamente i visitatori in un universo asettico, da camera mortuaria, che riporta immediatamente agli anni ’30. Tre figure – una kapò vestita di nero, austera e algida, una salma giovanissima, un medico anatomico in camice bianco – decidono di riportare alla vita il corpo della fanciulla. […] Sono sciarade di parole, quelle che il gesso bianco tratteggia sulla lavagna: X e Y, i cromosomi, i fonemi dell’origine del linguaggio, le frecce che collegano e danno nuovi significati semantici al verbo. Sono lampi di elettricità che si ripercuotono sul corpo della danzatrice che, annaspando nell’acqua – fonte battesimalee luogo di purificazione – riemerge dal lontano kursaal per riappropriarsi dei propri movimenti. […] La luce si fa accecante e, quasi all’improvviso, il corpo viene inghiottito dal sapere.
Alessandro Carli, La voce, novembre 2008

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PHARMAKOS MOVIMENTO II - ATTO BARBARO

[…] Questo il rito mostrato in questo splendido Pharmakos II, secondo di una suite di 5 movimenti diversi nel quale si incrociano esperienze performative e racconti mitici di diversa provenienza. Sacrificio, creazione, nascita, sangue, delirio, morte, il corpo della giovane Valentina Bravetti diventa un crocevia di suggestioni e percorsi tra corpo sacrificale e corpo medico.
Un percorso di ricerca che sa dosare bene performance, allestimento e drammaturgia forse troppo sbilanciata nella parte a terra e parca delle circonvoluzioni in aria, appesa ai tubi di gomma che, per chi scrive, costituiscono la parte visivamente più suggestiva di una messa in scena che colpisce e tiene col fiato sospeso senza annoiare mai ma angosciando tanto.
Una messa in scenaperfetta che avviene completamente dentro uno spazio delimitato e inesorabilmente isolato dalla platea (anche gli applausi vengono presi all'interno della struttura scenica).
Un allestimento che, una volta visto, è impossibile dimenticare e che lascia con la curiosità e il desiderio di assistere agli altri quattro movimenti.
Alessandro Paesano, Teatro.org, aprile 2009

Ci si innamora subito del corpo intubato di Valentina Bravetti, abbandonato sul lettino di ospedale. Quel corpo è amabile, così vincolato a lunghe protesi che lo nutrono, lo curano o forse lo uccidono, intanto che l'infermiera entra ed esce dalla stanza.
E quando quel corpo si libera dalla costrizione e comincia ad oscillare, fino a che recide di netto il legame con i tubi, la vita forse, la medicina, la terra, la realtà… non è importante, noi non solo lo amiamo. Siamo ipnotizzati. E poi inebriati nell'assistere ad un rito, ascoltando la litania del greco antico. E' la fascinazione di chi ha lo sguardo assuefatto da una violenza quotidiana, continua e strisciante. Sfido chiunque dei presenti a negare di non aver provato il desiderio di bruciare il piccione con il lanciafiamme, esattamente come nei gesti della protagonista, che si trasformano in un rituale liberatorio anche per chi assiste. Di fronte a noi una vestale ballerina, perfetta nell'incarnare la naturale violenza degli animali e dei bambini. "Pharmakos" nasce come progetto in più movimenti, creato con la collaborazione di Elicheinfunzione (musicista di musica elettronica). Ogni  atto è stato pensato per crescere nei luoghi e nei festival che avrebbe ospitato. E luoghi e festival della ricerca non se lo sono fatti ripetere due volte: Santarcangelo, Dro, Opera prima, Fabbrica Europa, Kilowatt Festival, Zoom Festival, Pontedera… hanno aperto le porte a Città di Ebla, artisti romagnoli, degni eredi di Castellucci e della scuola di Cesena. Con il loro "Pharmakos", rimedio e malattia, veleno e antidoto allo stesso tempo, i Città di Ebla ci dicono che il rito è il sogno della nostra società malata, la speranza liberatoria di una purificazione difficile da ottenere, con la grazia, la crudeltà e la purezza di un mondo antico, che non esiste più.
Carolina Truzzi, KLPteatro, febbraio 2009

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PHARMAKOS MOVIMENTO III - ORIZZONTI DEL CAMPO

Di stringente attualità, in questi giorni di forsennata e isterica polemica circa la disponibilità delle sorti del nostro umano contenitore, lo spettacolo giunge tempestivo al Pim Spazio Scenico, piccolo ma coraggioso spazio teatrale alla periferia di Milano, chiuso in un complesso post-industriale, in cui brulica la vita artistica e artigianale della grande città.
Il lavoro della Compagnia Città di Ebla, che sin dal nome evoca uno scavo aperto sulle vestigia del passato e del presente teatrale, affronta il tema spinoso della malattia, deprivata della sua simbologia arcaica. Frammenti di una pentalogia intitolata Pharmakos, dall’ambivalente etimologia greca “male/rimedio”, il movimento III Orizzonti del campo (video) e il movimento II Atto barbaro (azione scenica) lambiscono il tema del corpo medico e del corpo sacrificale, sotto la direzione artistica e regia di Claudio Angelini.Il video, con reminiscenze cinematografiche a "La notte dei morti viventi" di romeriana memoria, graffiante nella sua resa filmica e nel suo scarno bianco e nero, ispirato dal saggio Homo Sacer del filosofo Giorgio Agamben, è un affresco contemporaneo del corpo-farmaco, che indugia sulla trasposizione semantica tra medicinale/oggetto di mercato, corpo umano/merce da scaffale. Assomiglianti a tanti zombie, i corpi privi di coscienza affollano gli spazi spersonalizzati di un supermercato in un’atmosfera irreale, sottolineata dalla musica minimalista di Elicheinfunzione, ma non senza redenzione finale, quando il corpo della performer dalla tela di lattice che separa il magazzino dallo spazio di vendita si avventura in un luogo umano e reale, la Scalinata Nuti di Cesena.
Costantino Priolo, ateatro, febbraio 2009

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PHARMAKOS EMBRIONE

Corpi in scena in movimento, passi di teatro danza con echi di rituale antico. Sacrificio e sapere, ricerca di cura tra scienza e ambigua evocazione di misteriose energie. Di grande potenza emotiva, pur nell’azione frenata, ritmica – bellissime le musiche, scansioni che paiono quasi guidare i movimenti, una scia di suggestioni che creano attesa, indefinita ansia – Pharmakos embrione (movimento 1) di Città di Ebla, regia di Claudio Angelini. Una fisicità esposta, potenza e fragilità: in Pharmakos – il pubblico seduto sul palcoscenico intorno a tre lati di un candido rettangolo per l’azione, evocazione di una sala operatoria ma anche di una sacralità perduta – si coglie la preziosità formale, estetica, che è però anche ricerca di un’essenza d’inquietudine, la vita in bilico, incerte paure, bisogno di capire, d’intervenire, nella consapevolezza che poco è dato di sapere con certezza.Un coinvolgimento di silenzio e d’attesa: una sorta di commozione nel seguire la pulizia del corpo, con candide stoffe, di colei che all’inizio aveva ballato a lungo, al centro una luce di tante candele, intorno poi sospesi tanti lucidi strumenti chirurgici.
Valeria Ottolenghi, Il gazzettino di Parma, aprile 2007

Spettacolo che traduce nel linguaggio contemporaneo un rito arcaico, sottolineato dalle sonorità elettroniche diElicheinfunzione …. Nella contemporaneità entra allora il corpo esposto come un rito sacro in una dimensione di sospensione temporale. La compagnia porta avanti una ricerca estrema sul corpo e sulle alterazioni con molto rigore e forza.
Brunella Torresin, La Repubblica, dicembre 2006

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